Taccuino. Frittura

Per frittura si intendono tutti quei metodi di cottura del cibo effettuate a temperature intorno a 170°C/180°C, immergendo gli alimenti in grassi animali o vegetali.

La frittura è un metodo diffuso in tutto il mondo e noto si dai tempi più antichi.
Già nell’antica Roma si friggevano i cibi, dolci o salati che fossero, solitamente nell’olio di oliva. Una ricetta del periodo, le frictilia, è la probabile antenata delle attuali chiacchiere o bugie di carnevale.

La maggior parte della popolazione consumava il pasto del mezzogiorno e diversi spuntini per strada, acquistando dalle varie bancarelle o da locali semi aperti vicini alla strada.
Tali negozi, le cauponae e le tabernae, vendevano diversi cibi fritti, quali frittate, frittele, salsicciotti. Esistevano, inoltre, le vere e proprie bottege di friggitori, citati anche dal poeta Marziale.

Il fritto nell’antica Roma era prevalentemente in olio di oliva o strutto. Nel Medioevo, invece, prevale quest’ultimo.

Ad oggi si consiglia di friggere con olio di oliva o di arachide, i soli la cui composizione può tollerare temperature elevate senza rilasciare sostanze dannose.

Tuttavia la frittura è un metodo di cottura che difficilmente può accompagnarsi allo stile di vita sedentario oggi tanto diffuso e, dal punto di vista di una corretta alimentazione, é da considerarsi una tentazione cui cedere solo raramente.

Taccuino. 29 marzo


Il 29 marzo è l’88° giorno del Calendario Gregoriano
(l’89° negli anni bisestili).
Mancano 277 giorni alla fine dell’anno.

  • 1849 - Il Regno Unito annette il Punjab
  • 1865 - Guerra di secessione americana: inizia la Battaglia di Appomattox Court House
  • 1871 - Apre la Royal Albert Hall
  • 1879 - Guerra anglo-zulu: Battaglia di Kambula: nello scontro con le forze britanniche muoiono ventimila zulu
  • 1912 - Robert Falcon Scott al Polo Sud, scrive l’ultima annotazione sul taccuino. Otto mesi dopo una spedizione di soccorso ne ritrova il corpo
  • 1930 - Heinrich Brüning è indicato come cancelliere tedesco
  • 1941 - Seconda guerra mondiale: termina la Battaglia di Capo Matapan (era iniziata il 27 marzo)
  • 1945 - Seconda guerra mondiale: ultimo giorno di attacchi sull’Inghilterra delle Fortezze volanti
  • 1946 - la Piaggio presenta sul mercato la Vespa
  • 1951 - Caso Rosenberg: Ethel e Julius Rosenberg sono accusati di cospirazione e spionaggio
  • 1971
    • Per l’uccisione dell’attrice Sharon Tate, chiesta la pena di morte (a Los Angeles, California) per Charles Manson e tre sue seguaci
    • Massacro di My Lai: l’ufficiale William Calley è processato per assassinio premeditato e condannato alla prigione a vita
  • 1973 - Guerra del Vietnam: gli ultimi soldati americani lasciano Saigon, Vietnam del Sud. In totale i morti ammontano a 930.000 nord-vietnamiti, 180.000 sud-vietnamiti e 45.000 statunitensi
  • 1979 - Con la mediazione di Jimmy Carter, il presidente egiziano Anwar al-Sadat e il primo ministro israeliano Menahem Begin firmano il trattato di pace tra Egitto ed Israele
  • 1982 - Stevie Wonder e Paul McCartney pubblicano il loro primo singolo Ebony and Ivory
  • 1989 - Alaska: naufragio della petroliera Exxon Valdez
  • 1993 - Edouard Balladur diventa primo ministro di Francia
  • 1999 - L’indice Dow Jones sale nuovamente oltre 10.000 punti chiudendo a 10.006,78: l’anno dopo ci sarà lo scoppio della bolla speculativa del 2000
  • 2004 - 7 Paesi dell’ex Cortina di ferro entrano a far parte della NATO: Bulgaria, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Slovacchia e Slovenia
  • Morti
    Nazionali
    Religiose

    Cristianesimo:

    • Sant’Adelpreto, vescovo
    • San Bertoldo, priore generale dei Carmelitani
    • San Costantino, abate di Montecassino
    • Santa Gladys, Regina
    • San Guglielmo Tempier, vescovo
    • San Ludolfo, martire
    • San Secondo di Asti, martire
    • San Simplicio, abate

    Hard disk portatile. Recupero dati

    Il recupero dati (o data recovery), in informatica, consiste nel recupero di dati da supporti di memoria quando risultano danneggiati, corrotti o irraggiungibili.

    Spesso il salvataggio viene effettuato su hard disk, CD, DVD o supporti simili. I danni dei supporti possono essere di tipo strutturale, ad esempio un CD con la superficie rigata, oppure di tipo logico (a livello software), che provocano improvvisi arresti o indiponibilità del sistema.

    Nel campo delle indagini giudiziarie, il recovery consiste nel recupero di materiale precedentemente cancellato, su computer di persone sottoposte ad indagini.

    Taccuino. Trevi (PG)

    Trevi è un comune di 7.773 abitanti della provincia di Perugia. È inserito tra i Borghi più belli d’Italia.

    Geografia

    Il territorio del comune si estende dal fondovalle (210 m s.l.m.) ai monti Brunette (1.422 m) e Serano (1.429 m), e si può equamente ripartire in tre zone distinte di pianura, collina e montagna, ricoperte da vegetazione altrettanto differenziata. In pianura, i terreni fertilissimi e ben irrigati da numerosi corsi d’acqua, anticamente occupati in gran parte dal “lacus Clitorius”, si prestano alla semina di specie annuali. La collina, di calcare alcalino molto “sciolto” e quindi molto drenante, è l’ambiente ideale per la coltivazione intensiva e altamente specializzata dell’olivo, che dà un olio tipico e molto pregiato. La montagna infine è ricoperta di boschi, in massima parte cedui, e prati.

    Tutto il territorio offre straordinarie risorse naturalistiche e ambientali, nonostante sia intensamente antropizzato, poiché è abitato da millenni, compresa la zona montana ormai spopolata.

    Da vari decenni, infatti, si registra l’abbandono degli insediamenti alle quote più elevate e l’aumento demografico delle località di pianura, fenomeno ormai generalizzato. L’espansione più consistente, iniziata nell’immediato dopoguerra e tuttora in atto, interessa principalmente Borgo Trevi (attività commerciali, uffici e abitazioni), Pietrarossa (zona industriale) e Matigge (artigianato, piccola industria, commercio).

    Fiumi e canali, tutti di modesta portata, scorrono in direzione Sud–Nord e confluiscono in un unico collettore nei pressi di Bevagna. Il loro corso è il risultato di secolari opere di bonifica, documentate già dal tempo del re Teodorico (VI secolo) e protrattesi fino ai giorni nostri, quando fu costruita la diga per regolamentare le acque meteoriche del torrente Marroggia, che era soggetto a frequenti e disastrose esondazioni.

    Il maggiore dei corsi d’acqua di portata regolare è il Clitunno, alle cui acque venivano attribuite proprietà miracolose, tanto da essere deificato in epoca romana e cantato da numerosi poeti, dai classici latini fino al Byron e al Carducci.

    Storia

    Plinio il Vecchio la classifica come una città degli Umbri, e il nome latino Trebia potrebbe derivare dalla radice umbra treb-, componente delle parole che in quella antica lingua indicavano casa, costruzione, costruire. La sua esistenza, prima della dominazione romana, è testimoniata anche dalla “stele di Bovara”, con iscrizione arcaica, rinvenuta di recente, ma nel suo territorio stanziarono civiltà preistoriche, come attestano ritrovamenti del paleolitico.
    Acquistò grande rilevanza quando, in età imperiale, fu ripristinato l’antico corso della Flaminia e si sviluppò in pianura, in località Pietrarossa, una vera civitas con edifici monumentali di cui rimangono numerosi resti, mentre sul colle seguitò a sussistere l’arce fortificata con robuste mura del I secolo a.C., tuttora visibili.
    In antico aveva giurisdizione anche su “ville” di montagna a est e su gran parte della valle sottostante, attraversata dalla Flaminia e solcata dal Clitunno, allora navigabile.
    Fu sede vescovile fino all’XI secolo.
    Con il dominio dei Longobardi, che istituirono il potente ducato di Spoleto, Trevi fu assegnata a un gastaldo. Agli inizi del XIII secolo si costituì in libero comune, che alleatasi con Perugia per difendersi da Spoleto fu, con alterne vicende, in lotta con i comuni vicini, ottenendo il libero governo soltanto nel 1389. Subì il dominio di vari capitani e, segnatamente, il funesto vicariato dei Trinci di Foligno fino al 1438 quando, tornata al diretto dominio della Chiesa sotto la legazione di Perugia, seguì le sorti dello Stato Pontificio fino all’unificazione.
    Nel 1784, da Pio VI, fu reintegrata al titolo di città.

    Cultura

    Nel basso Medioevo e nel Rinascimento ebbe il suo periodo migliore, caratterizzato da straordinari commerci che ne favorirono la floridezza economica (veniva chiamata “il porto secco”), testimoniata ancor oggi dai numerosi palazzi del centro storico, degni di figurare in città ben maggiori, e la crescita economica fu accompagnata da vivacissima attività culturale e sociale.
    Già nel 1469, per favorire la circolazione del denaro svincolato dall’usura, vi fu eretto uno dei primissimi Monti di Pietà, seguito poi dal Monte Frumentario e varie altre istituzioni benefiche e assistenziali. L’attenzione rivolta all’elevazione culturale ebbe la massima espressione con l’istituzione del Collegio Lucarini, attivo fino all’avvento della Scuola Media Unica.
    Ma l’avvenimento più qualificante per la storia culturale di Trevi fu l’impianto di una prototipografia già nel 1470. Essa fu la prima in Umbria e la quarta d’Italia, e per il particolare contratto con cui venne istituita, si può classificare come la prima società tipografica di cui si abbia memoria in assoluto.

    Non meno interessanti sono la storia e le tradizioni legate alla cultura religiosa.
    Documenti antichissimi attestano che sant’Emiliano, il primo vescovo della città, martirizzato sotto Diocleziano, fu legato ad una giovane pianta di olivo per essere decapitato. L’olivo ultramillenario, il più vecchio dell’Umbria, si può ancora ammirare, vegeto, a trecento metri dalla gloriosa abbazia benedettina di Bovara. La devozione verso S. Emiliano ha influenzato la cultura e la storia di Trevi. Lungo un percorso inalterato da secoli si svolge ancora, la sera del 27 gennaio, vigilia della festa del Santo, la straordinaria processione notturna detta dell’Illuminata, che è sicuramente la manifestazione più antica della regione.
    Attraverso vari secoli, molti trevani si sono distinti nei più alti gradi della gerarchia ecclesiastica e vari altri hanno acquistato fama di santità per le loro opere. Tra i più recenti: il beato Placido Riccardi (1844-1915), abate benedettino di Farfa, sant’Antonino Fantosati (1842–1900) missionario francescano, vescovo e martire in Cina e il beato Pietro Bonilli (1841-1935), umile parroco di campagna, fondatore della congregazione delle suore della Sacra Famiglia, per l’assistenza alle cieche e sordomute, tuttora operanti in vari continenti.
    Tra le varie case religiose hanno acquisito benemerenza particolare i benedettini dell’abbazia di Bovara, che dettero un forte impulso all’agricoltura, bonificando vaste zone della valle e sviluppando in collina la coltura dell’olivo, che con alterne fortune è coltivato in queste zone da tempi antichissimi e fornisce un olio tra i più apprezzati.

    Altro prodotto tipico dell’agricoltura locale, che merita una menzione particolare, è il sedano nero di Trevi, una cultivar particolare che cresce su un fertilissimo fazzoletto di terra, fino a pochi secoli addietro occupato dalle acque del lago Clitorius.

    Trevi fa parte di:

    • Città dell’Olio
    • Cittàslow

    Taccuino. Medicina

    Con medicina, nella lingua italiana, si intendono vari concetti legati tra loro:

    1. Il farmaco o medicinale o medicina; Nella lingua italiana parlata correntemente nel Canton Ticino si usa il termine medicamento che in Italia ha, invece, un valore aulico.
    2. L’insieme delle discipline scientifiche che, studiando la fisiologia e le patologie, si occupano della salute di persone o animali.
    3. La pratica professionale dell’arte medica da parte di una persona (medico) che ha conseguito un titolo accademico riconosciuto legalmente;
    4. Lo studio e la prevenzione di patologie legate a un particolare contesto sociale (medicina del lavoro, medicina delle comunità, medicina sportiva, medicina spaziale)
    5. L’applicazione delle conoscenze mediche a particolari campi non direttamente correlati alla salute di individui o comunità (medicina legale)
    6. La pratica di discipline di cura alternative, non riconosciute ufficialmente, vedi medicina alternativa;

    Specialità e ripartizioni della medicina
    Voci correlate

    Fasi del lavoro medico
    • Anamnesi
    • Diagnosi
    • Terapia
    Altre voci
    • Assistenza infermieristica
    • Dichiarazione di Alma Ata
    • Medicina alternativa
    • Operatori socio-sanitari
    • Organizzazione Mondiale della Sanità
    • Premio Nobel per la medicina

    Taccuino. Balestra (arma)

    La Balestra (Ingl. crossbow; Ted. Armbrust) è un’arma da lancio costituita da un arco di legno, corno, o acciaio montato su di una calciatura (fusto) denominata teniere e destinata al lancio di quadrelli, frecce, strali, bolzoni, palle, o dardi. La corda viene bloccata a un meccanismo chiamato noce. Lo scatto avveniva tirando giù un piolo, nei modelli più antichi, o facendo pressione su una sorta di grilletto chiamato chiave. La corda veniva tesa grazie a un meccanismo a gancio chiamato crocco oppure, nei modelli più sofisticati, a un martinetto.

    La storia

    La balestra ha una storia molto antica. È certo comunque che essa fu sviluppata solo dopo l’invenzione dell’arco per aumentarne la potenza e la gittata. Il suo utilizzo inizialmente fu sporadico e non decisivo per l’esito degli scontri in battaglia, forse a causa delle difficoltà tecniche che si incontravano nella sua costruzione e soprattutto a causa dei costi di fabbricazione.

    Sia la Grecia che la Cina rivendicano l’invenzione della balestra. È probabile che essa fu sviluppata indipendentemente da entrambe le culture, anche se non è chiaro quale delle due utilizzò la balestra per prima.

    A favore dei Greci c’è l’invenzione della balista avvenuta attorno al 400 a.C. Essa è una sorta di grande balestra, anche se il proietto della balista riceve l’energia dalla torsione di due grandi matasse e non come nella balestra dalla curvatura dell’arco. Inoltre, la balista, era atta al lancio di pietre e frecce. Sembra, tuttavia, che fra i primi esemplari ve ne fossero alcuni aventi le stesse dimensioni di una balestra.

    A favore della paternità della Cina ci sono dei rinvenimenti archeologici di meccanismi di sganciamento in bronzo prodotti attorno al 200 a.C. e dei documenti scritti cinesi che descrivono l’impiego della balestra in battaglia attorno al 341 a.C.

    La balestra in battaglia

    L’uso della balestra in Europa continua ininterrottamente dall’epoca classica fino al periodo di maggior popolarità tra l’XI e il XVI secolo, in seguito essa venne abbandonata a favore delle armi da fuoco.

    Fino alla comparsa delle prime armi da fuoco, la balestra è stata l’arma più devastante che un singolo soldato poteva utilizzare. Infatti, ha un potere di penetrazione tale da forare le armature dei cavalieri. Inoltre, l’addestramento per il suo utilizzo, rispetto all’arco, risulta più breve.

    Comunque la balestra soffre di due handicap rispetto all’arco: la poca maneggiabilità, dovuta al peso delle balestre, che costringe il balestriere a mantenere sostanzialmente la postazione di lancio fissa, e la fase di caricamento che è decisamente più lunga rispetto all’arco. Nella pratica ciò si traduceva nella necessità di assicurarsi un riparo durante la fase di caricamento e, conseguentemente, il suo utilizzo fu soprattutto come arma di difesa, collocata al riparo delle fortificazioni.

    La balestra comportò un discreto cambiamento nelle strategie utilizzate in battaglia, ma soprattutto modificò l’approccio alla battaglia da parte dei nobili, che fino ad allora, protetti dalle armature e a cavallo, avevano sempre buone possibilità di uscire ancora vivi dallo scontro. Con l’uso massiccio delle balestre il rischio di morire aumentava considerevolmente.

    La balestra modificò a tal punto le regole dell’ingaggio in battaglia che il suo uso fu spesso osteggiato. Lo stesso papa Innocenzo II, durante il Concilio Lateranense del 1139, vietò l’utilizzo della balestra tra eserciti cristiani, mentre, non potendo avere influenza sugli eserciti musulmani e gli eretici, lo consentì contro questi.

    Caratteristiche

    La maggior parte delle balestre medievali avevano una potenza media di 45 chilogrammi, circa, ma con l’introduzione dell’arco in acciaio, furono costruite balestre in grado di sviluppare una potenza di oltre 500 chilogrammi con una gittata utile di oltre 450 metri.

    Vi

    erano poi le balestre con altri nomi, secondo la nozione ove era stata fabbricata, secondo il modo di caricarle e la loro forma; oppure anche secondo il proiettile che lanciavano:

    • Balestra a staffa: perché si caricava con i crocchi e colla leva, premendo però con il piede su una staffa. Di questa balestra erano armati i balestrieri genovesi alla battaglia di Crecy nel 1346, e a quella d’Azincourt nel 1420;
    • Balestra a un piede o a due piedi: quella che si caricava con la forza di uno o di due piedi;
    • Balestra a bolzoni: era una balestra che lanciava una freccia chiamata bolzone;
    • Balestra a bussola: essa aveva una girella contenuta entro una scatola tonda a mo’ di bussola;
    • Balestra a e da tornio: era la balestra più grossa e non manesca, ed il nome derivava dall’ordigno acconciato all’estremità del teniere per tenderla. Erano balestre grosse da muro, da posta ed erano trasportate a soma;
    • Balestra a girella: la balestra che si caricava a mezzo di una rotella scanalata, o carrucola, la quale raccoglieva lo spago che serviva per tirare la corda dell’arco per tenderlo;
    • Balestra a piè di capra: il meccanismo per tendere la corda era così chiamato per la sua forma all’estremità divisa in due parti;
    • Balestra a ruota d’ingranaggio: si caricava mediante una ruota dentata che spingeva lungo il teniere un’asta dentata da una parte come una sega;
    • Balestra a pallottole: lanciava pallottole di piombo;
    • Balestra a pistola: fu in uso nel XVI secolo: Era una balestra munita anche di una specie di pistola disposta lungo e sotto il teniere; cosicché essa era a doppio uso: pistola o balestra, a secondo se veniva usata voltata di sopra o di sotto;
    • Balestra a panca: era cosi chiamata quella che aveva il fusto rialzato da terra sopra un appoggio a forma di panca;
    • Balestra a tagliere: era così chiamata quando il fusto era a foggia di una tavola larga, quasi a guisa di tagliere;
    • Balestra a telaro: era così chiamata quando il fusto era costruito alla foggia di un telaro o telaio;
    • Balestra chinese a ripetizione: (o Chu-ko-nu) è una balestra che ha una specie di custodia sopra e lungo il teniere o fusto, la quale può fornire successivamente venti frecce in essa custodite, disposte l’una sull’altra;
    • Balestra lanciagranate: tipo di balestra per lanciare bombe a mano fu in uso per breve tempo sul fronte francese durante la Prima Guerra Mondiale;
    • Balestrino: Balestra molto piccola che si tendeva mediante una vite disposta lungo il teniere e messa in moto dal di dentro del calcio. Si poteva portare nascosta, per cui era considerata arma proibita ovunque dai bandi sulle armi. Lanciava un cortissimo dardo;
    • Balestrone: Grossa balestra che si caricava con fortissimo tornio o martinetto, ed aveva un arco di ferro o di acciaio lungo dai quattro ai sei metri. Era arma da posta, sulle mura, come macchina di difesa.
    • [1], Lucca - Palio delle Balestre

    Taccuino. Fossato di Vico

    Fossato di Vico è un comune di 2.460 abitanti della provincia di Perugia.

    Storia

    Le tracce di presenza umana nel territorio di Fossato di Vico risalgono circa al I millennio a. C.. Era popolato da antiche civiltà umbre e nel III-II secolo a.C. venne colonizzato dai Romani e ribattezzato Helvillum. Durante la Battaglia di Tagina del 552, il villaggio probabilmente scomparve e un nuovo insediamento prese il suo posto col nome bizantino Fossaton: fortificazione. Il “di Vico” fu aggiunto nel 1862, simboleggiando il conte Vico, antico nobile fossatano. Nel IX secolo, Fossato divenne proprietà dei Conti di Nocera Umbra. I discendenti di Vico presero il potere nel XII secolo e subentrarono i Bulgarello, che comandarono per circa un secolo e costruirono il “castrum”, ossia la Fossato attuale. Nel 1386 divenne Comune e vennero proclamati gli “Statuta” che garantivano l’autogoverno. Durarono fino al XIX secolo. Nel 1540 finì la stagione delle libertà comunali perché Fossato venne sottomessa allo Stato Pontificio fino all’Unità d’Italia. Napoleone Bonaparte, nel suo periodo di dominio, riuscì a conquistarla, trasformando Fossato in terra di confine tra il Regno d’Italia e il Regno di Francia. A Osteria (frazione dell’attuale comune, ora nota come Osteria del Gatto) fu istituita una dogana. I segni medievali sono molto accentuati nella parte dentro le mura del castello. Sono caratterizzati da vie strette, logge costituite da archi a tutto sesto e acuti (dette “rughe”) e molte chiese antiche.

    Curiosità

    A Fossato di Vico, all’interno dell’archivio storico, è stata scoperta una pagina di libro con alcuni passi del Paradiso della Divina Commedia di Dante Alighieri. Si presume che sia parte dell’originale scritto da Dante (vedi Foligno). Alla fine di Maggio 2006 si è celebrato il completamento del restauro della pagina.

    Come tutti gli anni, Fossato di Vico, nella seconda settimana di maggio, celebra la sua festa tipica: la Festa degli Statuti. In occasione di questa festa gli abitanti del paese si abbigliano come popolani medievali. Gli spettatori si possono divertire osservando battaglie tra soldati, numeri di giocoleria e scene tipiche medievali. Inoltre, chiunque sia vestito da personaggio medievale, può partecipare alle sfilate e ai giochi. Per l’occasione si disputano delle competizioni tra i quattro quartieri o porte: Porta Portella, Porta Nova, Porta del Castello, Porta del Serrone. Tali competizioni consistono nel tiro con la cerbottana, nella corsa con il cerchio, nella staffetta, nel tiro con l’arco, etc..

    Altra festività di Fossato è la festa di San Martino di Tours, celebrata l’11 e il 12 novembre. Durante questa festa sono aperte tutte le cantine (locali tipici medievali) di Fossato e si consumano alimenti e vino di produzione locale.

    Nella frazione di Purello, il 5 agosto, si celebra la festa della Madonna della Ghea. Il 5 agosto dell’anno 1000 si verificò un’abbondante nevicata nella località Ghea: da allora si venera la Madonna della Neve.

    Durante il periodo estivo (luglio e agosto) l’amministrazione comunale, la Pro Loco e le varie associazioni locali organizzano mostre di arte, di cultura e di gastronomia.

    Il comune di Fossato di Vico ha ottenuto nel 2004, unico comune italiano, il riconoscimento di “Best Practices” per il progetto “The Sustainable Revival of Little Community”, promosso dalla agenzia delle Nazioni Unite UN-Habitat . Questo progetto descrive 10 anni di sviluppo sostenibile, durante il quale è stato coniugato il rispetto dell’ambiente e delle tradizioni con lo sviluppo economico.

    1. Scuola materna,
    2. Scuola primaria,
    3. Scuola secondaria di I grado “Pietro Vannucci”: la scuola ha ospitato, nell’anno 2005-2006, alcuni ragazzi francesi del comune gemellato.
    • Scuola musicale Comunale frazione Purello

    Edicole

    Nel territorio di Fossato sono presenti numerose edicole sacre: tra di esse annoveriamo

    • Edicola di Fossato di Vico
    • Edicola Stazione
    • Edicola di Colbassano
    • Edicola di Purello
    • Edicola di Osteria del Gatto
    • Edicola di Palazzolo

    Taccuino. Enrico Crispolti

    Enrico Crispolti (Roma, 1933) è storico dell’arte del XIX, XX e XXI secolo, e critico militante. Vive e opera a Roma.

    Didattica

    Si è formato a Roma, allievo di Lionello Venturi.
    Dal 1984 al 2005 è stato Professore Ordinario di Storia dell’Arte Contemporanea nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, dove dal 1986 al 1998, e nuovamente dal 2001 a tuttora è Direttore della Scuola di Specializzazione in Storia dell’Arte. Precedentemente è stato Docente Incaricato e poi Ordinario di Storia dell’Arte nell’Accademia di Belle Arti di Roma, dal 1966 al 1973, e Ordinario di Storia dell’Arte Moderna nella Facoltà di Magistero e poi di Storia dell’Arte Contemporanea nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno, dal 1973 al 1984. Nel 1962-63 ha tenuto un corso sull’arte contemporanea nella Facoltà di Architettura dell’Università di Roma La Sapienza, e per alcuni anni, fra fine Settanta e primi Ottanta, ha tenuto lezioni e corsi nella Scuola di Perfezionamento in Storia dell’Arte dell’Università Statale di Milano.

    Mostre

    Ha curato numerosissime mostre e rassegne dedicate alla ricerca artistica contemporanea: dalle diverse edizioni delle internazionali Alternative Attuali, nel Castello Spagnolo de L’Aquila (1962, 1963, 1965, 1968, le prime due, con Antonio Bandera, comprendenti anche sezioni di architettura, a cura di Sandro Benedetti e Paolo Portoghesi, e un Omaggio a Quaroni), a Sei pittori italiani dagli anni Quaranta ad oggi. Alberto Burri, Bruno Cagli, Lucio Fontana, Renato Guttuso, Mattia Moreni, Ennio Morlotti, nella Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Arezzo (1967; con Antonio Del Guercio), a Volterra ), ad alcune edizioni della Biennale del metallo e della Biennale della ceramica, a Gubbio (1973, 1974, 1975), e al loro rinnovamento (Gubbio 76, 1976; Gubbio 79, 1979), agli Incontri di Martina Franca (1979, 1980, 1981), a Una nuovissima generazione nell’arte italiana (Siena 1985), a Hans Arp, Aliventi, Viani. L’immaginario organico, al Forte del Belvedere, a Firenze (1992), a !Que bien resistes!, nella Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Arezzo (1994), alla Quinta e Sesta Biennale d’Arte Sacra, a San Gabriele (1991, 1994), ad Arte e Stato. Le esposizioni sindacali nelle Tre Venezie , nel Museo Revoltella, a Trieste e nel Palazzo delle Albere, a Trento (1997; con Maria Masau Dan e Daniela de Angelis), alla IX Biennale internazionale di scultura Città di Carrara. Scultura, Architettura, Città / sculpture, architecture, city, a Carrara (1998, con Luca Massimo Barbero, a Immaginazione aurea. Artisti-orafi e orafi-artisti in Italia nel secondo Novecento, (foto 5) nella Mole Vanvitelliana, ad Ancona (2001), a V Premio Scipione (Palazzo Ricci, Macerata, 2002), a Movimento Arte Concreta (Museo del Corso, Roma), a L’Arte in Maremma nel primo Novecento, Grosseto (2006; con Anna Mazzanti e Luca Quattrocchi). Le grandi mostre dedicate al Futurismo: dalla prima grande retrospettiva di Balla (Galleria Civica d’Arte Moderna, Torino, 1963, con Maria Drudi Gambillo), Ricostruzione futurista dell’universo (Mole Antonelliana, Torino, 1980), La ceramica futurista da Balla a Tullio d’Albisola (foto 7) (Villa Faragiana, Albisola Marina; Broletto, Faenza; Palazzo delle Albere, Trento, ), Il Futurismo e la moda (PAC, Milano, 1988), Casa Balla e il Futurismo a Roma (foto 8) (Villa Medici, Roma, 1989), Italiens Moderne. Futurismus und Rationalismus (Museum Friedericianum, Kassel, e IVAM, Valencia, 1990, con Luciano Caramel), Futurism (Tokyo, Sapporo, Sendas, Otsu, 1992), Futuristickà rekonstrukce vesmìru (Praga 1994), Futurismo e Meridione (Palazzo Reale, Napoli, 1996), I grandi temi del Futurismo, 1909 - 1944 (Palazzo Ducale, Genova; Fondazione Mazzotta, Milano, 1977 – 1998, con Franco Sborgi), Le Futurisme (Fondation Hermitage, Losanna, 1998), Il Futurismo attraverso la Toscana (Museo Fattori, Villa Mimbelli, Livorno, 2000), Futurismo (foto 9) (Palazzo delle Esposizioni, Roma, 2001); Dal Futurismo all’Astrattismo (Museo del Corso, Roma, 2002, con Marco Tonelli).
    Ha curato inoltre numerose antologiche o retrospettive di artisti contemporanei tra le maggiori quelle di: Mauro Reggiani (Galleria Civica d’Arte Moderna, Torino, 1973), di Corrado Cagli (Chiesa del Gesù, Palazzo degli Anziani, Ancona 1980; Castel dell’Ovo, Napoli 1982; Magazzini del sale, Siena 1984), di Guttuso nel disegno (Festa Nazionale de l’“Unità”, Reggio Emilia; Chiesa di S. Francesco, Como; Museo Archeologico, Salerno 1983), di Pietro Cascella (Magazzini del Sale, Siena 1985), di Dino, Mirko Basaldella, Afro Basaldella, (Castello e Galleria d’Arte Moderna, Udine 1887), di Fillia (Chiesa di S. Francesco, Cuneo, 1988), di Garelli (Piemonte Artistico, Torino, 1989), di Ignazio Gadaleta (Galleria Comunale d’Arte Contemporanea, Arezzo, 1990), di Mannucci (Palazzo Braschi, Roma 1991), di Prampolini (Palazzo delle Esposizioni, Roma, 1992), di Pannaggi e l’arte meccanica futurista (foto 14) (Palazzo Ricci e Museo Civico, Macerata 1995), di Valeriano Trubbiani (Palazzo Ricci, Macerata, 1997), di Francesco Somaini (Palazzo di Brera, Milano, 1997), di Lucio Fontana (Palazzo delle Esposizioni, Roma, 1998; Centenario, Milano, 1999; e Fundación PROA, Buenos Aires, 1999), di Guttuso negli anni della formazione (Galleria d’Arte Contemporanea “Le ciminiere”, Catania, 2001; con Anna Maria Ruta), di Vacchi (entro il V Premio Scipione (Palazzo Ricci, Macerata, 2002), di Guido Pajetta (Serrone di Villa Reale, Monza, ), di Mario Ceroli (Castello Svevo, Bari, 2003), dei Guttuso della Fondazione Pellin (Fondazione Mazzotta, Milano; Chiostro del Bramante, Roma, 2005), di Mannucci e il Novecento, (foto 17) (Galleria del Seminario Vecchio, Fabriano; Sala Raoul Batoli, Cupramontana; Chiostro di San Francesco, Arcevia, 2005), di Szymkowicz (Galleria d’Arte Contemporanea, San Gimignano, 2006).
    Ha curato inoltre per la Biennale di Venezia la sezione italiana, Ambiente come sociale, nell’edizione del 1976, la mostra La nuova arte sovietica. Una prospettiva non ufficiale, nel 1977 (con G.Moncada), e una parte della sezione italiana, Natura praticata, e la sezione architettonica L’immaginazione megastrutturale dal Futurismo a oggi nell’edizione del 1978.

    Pubblicazioni

    Oltre i cataloghi generali delle opere di Enrico Baj (Bolaffi, Torino, 1973), Lucio Fontana (La Connaissance, Bruxelles, 1974; Electa, Milano, 1986; Skira, Milano, 2006), e Renato Guttuso (G. Mondadori, Milano, ), e le fondamentali monografie sul Concilio di Vacchi (Edizioni d’Arte Fratelli Pozzo, Torino, 1964), su Corrado Cagli (Edizioni d’Arte Fratelli Pozzo, Torino, 1964), Guerreschi incisore (Lerici, Milano, 1968), Mirko ((Bora, Bologna, 1974), Barisani (Morra, Napoli, 1976), Peter Phillips, (Idea, Milano,1977) Mannucci (L’Artindustria, Pollenza, 1981), i Basaldella, Dino, Mirko, Afro (Casamassima, Udine, 1984), Kuetani, (Kosanji Temple Museum, Hiroshima, 2000) Guttuso (Mondadori, Milano, 1987; Electa, Milano, 1997, 2000), Trubbiani, (Bora, Bologna, 1990), Giannetto Fieschi, (Silvana editoriale, Milano, 1999), Ceroli, (foto 27) (Motta, Milano, 2003), Fontana (Skira, Milano, 2005), di Szymkowicz (2006). Le principali sue pubblicazioni sono: [[Il Secondo Futurismo: 5 pittori + l scultore]], Torino , (Pozzo, Torino, 1962), Ricerche dopo l’Informale, (Officina, Roma, 1968), Il mito della macchina e altri temi del Futurismo, (Celebes, Trapani, 1969), L’Informale. Storia e poetica, (Carucci, Assisi-Roma, 1971), Urgenza nella città (Mazzotta, Milano, 1972; con Francesco Somaini), Sociologia e iconologia del Pop Art, (Fiorentino, Napoli, 1975), Erotismo nell’arte astratta, e altre schede per un’iconologia, (Celebes, Trapani, 1976), Alcuni protagonisti della “nuova figurazione” in Italia: Vacchi, Romagnoni, Guerreschi (Fiorentino, Napoli, 1976), Arti visive e partecipazione sociale (De Donato, Bari, 1977), Extra Media. Esperienze attuali di comunicazione estetica, foto 32 (Studio forma, Torino, 1978), Storia e critica del Futurismo, (Laterza, Roma-Bari, 1986, 1987), Il Futurismo e la moda. Balla e gli altri, (Marsilio, Venezia, 1986), L’arte del disegno del Novecento italiano (Laterza, Roma-Bari, 1990; con Mauro Pratesi), La pittura in Italia. Il Novecento 3. Le ultime ricerche, (Electa, Milano, 1994), Relazione conclusiva del Rapporto sul Sistema dell’Arte Moderna e Contemporanea in Toscana (Regione Toscana, Firenze, 1996), Come studiare l’arte contemporanea, (Donzelli, Roma, 1997, II ediz. 2000, III ediz. 2004), L’oggetto Morandi, (Cadmio, Firenze, 1998).

    Carteggi

    Carteggi finora pubblicati in:

    • Enrico Crispolti, Carriera “barocca” di Fontana. Taccuino critico 1959-2004 e Carteggio 1958-1967, a cura di Paolo Campiglio, (Amedeo Porro Arte Contemporanea e Skira, Milano, 2004)
    • Raffaele Bedarida, Bepi Romagnoni. Il nuovo racconto 1961-1964, (Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2005)
    • Rachele Ferrario, Scanavino e Crispolti. Carteggio 1957-1970 e altri scritti, (Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2006)

    Taccuino. Marcellano

    Marcellano è una frazione del comune di Gualdo Cattaneo (PG).

    È situato in cima ad una piccola collina (396 m s.l.m.), nelle immediate vicinanze di Collesecco, che costituisce la parte moderna del paese, notevolmente cresciuta in dimensioni. Attualmente, la popolazione residente è di qualche decina di unità. Il paese è praticamente costruito sui resti di un castello medievale, mantenendone le caratteristiche di arroccamento e dominio della piccola valle.

    Nella loro totalità, Collesecco e Marcellano sono abitati da 438 residenti (dati Istat, censimento 2001).

    Storia

    Secondo la tradizione, il nome del paese deriva da Marcellus o dalla Gens Marcella (collegata alla XLI Legione dell’Esercito Romano), a cui venne concesso il territorio ai tempi di Augusto, come pagamento per i servigi prestati. Il nome appare per la prima volta, ufficialmente, in atti del XIII secolo, nei quali si annota una popolazione di circa 700 persone. Nel 1219 il paese venne occupato dal generale ghibellino Napoleone di Coccorone, agli ordini di Federico II. Solo qualche tempo dopo tornò sotto il dominio guelfo di Todi. All’inizio del XVII secolo l’abitato si abbellisce di chiese ed opere d’arte, soprattuto grazie al vescovo Ancaiani e ad una famiglia di nobili locali, i Cori. Con l’unità d’Italia (1861), Marcellano passa sotto la giurisdizione di Gualdo Cattaneo.

    Economia

    Il territorio è inserito nella Strada del Sagrantino, un circuito vinicolo-turistico che raccoglie aziende agricole dei comuni di Montefalco, Bevagna, Gualdo Cattaneo, Giano dell’Umbria e Castel Ritaldi: pertanto, l’agricoltura e la viticoltura rappresentano una notevole ricchezza. Durante le festività natalizie, un gran numero di turisti (circa 30′000, in diverse giornate non contigue) si raccoglie nel paese per visitare il Presepe Vivente.

    • Chiesa di Sant’Andrea (XIV secolo), contenente alcune opere attribuibili al pittore seicentesco Andrea Polinori ed un fonte battesimale del ‘600;
    • Presepe vivente (1984), uno dei più noti in tutta l’Umbria ed assai frequentato dai turisti, ambientato all’interno ed all’esterno delle vecchie abitazioni. Un centinaio di figuranti in costume fanno rivivere l’atmosfera e i mestieri dell’antica Palestina;
    • Chiesina di Madonna del Ponte (XVI secolo), ai piedi del castello, con alcuni affreschi coevi;
    • Chiesa di S. Angelo Sconsolo (XII secolo), presso Collesecco, di stile romanico, oramai in stato di abbandono.

    Taccuino. Arti di Firenze

    Le Arti di Firenze iniziano a costituirsi come corporazioni delle arti e mestieri tra il XII ed il XIII secolo; si trattava di associazioni laiche nate per la difesa ed il perseguimento di scopi comuni che riunivano gli appartenenti ad una stessa categoria professionale o chi esercitava lo stesso mestiere ed a cui va attribuita la buona parte del merito per lo straordinario sviluppo economico che permise a Firenze di diventare una delle più ricche e potenti città del medioevo europeo.

    La formazione

    Le Arti furono la forma medievale organizzata di tutte le attività economiche cittadine: commercio, finanza, industria manifatturiera e artigianato; la prima arte di cui si ha notizia riguardo alla sua formazione è quella di [[Arte dei Mercatanti o di Calimala|Calimala, nel 1150 e intorno al 1193 esistevano già sette corporazioni, strutturate in modo pressoché identico: i membri eleggevano un consiglio composto da un certo numero di consoli, tra cui veniva eletto un capo che ne curava tutti gli interessi.

    L’ingresso nelle corporazioni era regolato da precise condizioni: essere figli legittimi di un membro della stessa arte, dare prova della propria abilità artigiana e pagare una tassa. I membri erano generalmente divisi in maestri (che possedevano le materie prime e gli attrezzi e vendevano le merci prodotte nella propria bottega), apprendisti e garzoni.

    Ciascuna arte aveva il proprio Statuto, con pieno valore di legge, e poteva emettere sentenze nelle controversie tra i membri o tra questi e i loro sottoposti (quelle delle Arti Maggiori erano considerate inappellabili). Nel Trecento venne creato il cosiddetto Tribunale di Mercatanzia, per le cause tra gli appartenenti alle diverse corporazioni. Le arti proteggevano i propri membri dalla concorrenza di altre città o di persone non appartenenti alla corporazione e garantivano la qualità del lavoro con un’attenta opera di supervisione sulle diverse botteghe. Si occupavano inoltre di organizzare l’orario di lavoro, stabilendo i giorni festivi, e di alcuni servizi pubblici.
    Nel corso del Quattrocento istituirono persino il corpo delle Guardie di città che reprimeva le frodi e si occupava dell’organizzazione di fiere e mercati, oltre a proteggere le vie durante la notte.

    Fin dall’inizio, però, le Arti non ebbero tutte pari dignità; inizialmente divise in sette Arti Maggiori e quattordici Arti Minori, alcune di queste ultime divennero successivamente Arti Medie; il popolo minuto, non appartenente a nessuna delle arti, si sollevò nel 1378 durante il cosiddetto tumulto dei Ciompi, a seguito del quale si ebbe la formazione di tre nuove Arti dette del popolo di Dio.
    Gli appartenenti alle Arti Maggiori erano imprenditori, importatori di materie prime, esportatori di prodotti finiti, banchieri, commercianti e professionisti come giudici, notai e medici; gli appartenenti alle Arti Minori erano tutti i maestri d’opera ed i loro lavoranti occupati nella lavorazione del ferro, cuoio, legno, e nel settore alimentare in genere.
    Ci furono però anche dei mestieri che non raggiunsero mai la condizione di arte indipendente, ma dovettero associarsi a quelle già esistenti, come accadde nel caso dei pittori, che normalmente si iscrivevano all’Arte dei Medici e Speziali.

    Le Arti Maggiori

    Le sette corporazioni che presero il nome di Arti Maggiori, si erano costituite tra la seconda metà del XII secolo e la prima metà del XIII secolo, staccandosi progressivamente dalla corporazione “madre” di Calimala; prima nacque l’Arte del Cambio, poi quella dei Giudici e dei Notai e della Lana, finché ciascuna di esse acquistò una propria specifica fisionomia, fissata dalle norme contenute nei loro statuti, che ne regolavano il funzionamento e gli organi di rappresentanza.
    Nel 1266 la sede principale delle Arti Maggiori era ancora Calimala e in quell’anno venne deciso che queste associazioni si organizzassero in modo ancora più stabile, ognuna con il proprio gonfalone, sotto il quale radunare all’occorrenza il popolo in armi.
    Gli iscritti a queste corporazioni si trovarono a gestire e ad amministrare grandi interessi e riuscirono a creare rapporti commerciali e finanziari in molte parti del mondo; il loro primato a livello economico li condusse entro la fine del Duecento alla guida della Repubblica fiorentina, alla cui grandezza e splendore contribuirono significativamente dando il via a tutta quella serie di lavori pubblici che ancora oggi restano a testimoniare la ricchezza e la potenza della città.

    Di seguito sono elencate le sette Arti Maggiori:

    • Arte dei Giudici e Notai
    • Arte dei Mercatanti o di Calimala
    • Arte del Cambio
    • Arte della Lana
    • Arte della Seta o di Por Santa Maria
    • Arte dei Medici e Speziali
    • Arte dei Vaiai e Pellicciai

    Le Arti Minori

    Le quattordici corporazioni dette Arti Minori, cominciarono a costituirsi separatamente e ciascuna con un proprio statuto solo dopo la metà del Duecento; inizialmente infatti, erano tutte riunite e confederate in un’unica associazione, con una rappresentanza in comune, ma dal 1266 in poi iniziarono ad assumere una propria identità specifica; l’Arte dei Vinattieri nacque proprio in quell’anno, quella dei Calzolai esisteva già nel 1273 e le prime notizie sull’Arte dei Cuoiai risalgono al 1282.
    Gli iscritti alle Arti Minori furono molto numerosi e in certi casi radunarono anche gli appartenenti ad altre categorie professionali, con le quali esisteva una certa affinità di mestiere o perché essendo di irrilevante importanza politica, cercavano l’appoggio di quelle già ufficialmente riconosciute.
    Trattandosi però di corporazioni dal carattere prettamente artigiano, le cui attività venivano esercitate praticamente solo a livello locale, il loro coinvolgimento nella vita politica cittadina fu generalmente più limitato rispetto a quello delle Arti Maggiori e pur avendo contribuito in modo significativo all’affermazione del guelfismo, rimasero sempre relegate in questa condizione di “minorità”.
    È per questo che, nonostante l’operosità ed il pregio dei manufatti prodotti da alcune di queste Arti, rinomati anche fuori Firenze, i nomi dei loro soci appaiono in modo solo sporadico ed occasionale tra gli eletti alle magistrature cittadine.

    Di seguito sono elencate le quattordici Arti Minori:

    • Arte dei Beccai
    • Arte dei Calzolai
    • Arte dei Fabbri
    • Arte dei Maestri di Pietra e Legname
    • Arte dei Linaioli e Rigattieri
    • Arte dei Vinattieri
    • Arte degli Albergatori
    • Arte degli Oliandoli e Pizzicagnoli
    • Arte dei Cuoiai e Galigai
    • Arte dei Corazzai e Spadai
    • Arte dei Correggiai
    • Arte dei Legnaioli
    • Arte dei Chiavaioli
    • Arte dei Fornai

    L’ascesa politica

    Le Arti furono contrapposte per tutto il XIII secolo alle antiche consorterie di origine aristocratico-feudale, inurbatesi già a partire dal XI secolo e che controllavano e gestivano saldamente il funzionamento delle istituzioni politiche cittadine; troviamo così eletti alle più alte magistrature fiorentine gli esponenti delle famiglie degli Uberti, Guidi, Alberti o Pazzi.

    L’ascesa delle corporazioni partì innanzitutto dalla rivendicazione dell’esercizio di un ruolo politico attivo nel governo comunale, in nome del grande sviluppo economico e commerciale della città, di cui i loro iscritti erano i principali fautori; l’appoggio delle corporazioni al partito guelfo, si rivelò fondamentale per la definitiva sconfitta dei ghibellini a Firenze ed il loro crescente coinvolgimento nelle istituzioni è già rintracciabile a partire dal 1250 durante il cosiddetto Governo del Primo Popolo. L’avversità nei confronti del partito nemico è infatti chiaramente rintracciabile anche negli statuti più antichi che ci sono pervenuti, in base ai quali l’essere guelfo era considerato uno dei requisiti “morali” indispensabili ai fini stessi dell’immatricolazione.

    Nel 1266 le Arti Maggiori ottennero finalmente il riconoscimento come soggetto giuridico ma la lotta tra guelfi e ghibellini continuò anche negli anni successivi, creando una situazione di grande instabilità a Firenze fino alla nascita del Priorato delle Arti nel 1282; oltre a rappresentare la vittoria del guelfismo, il Priorato consentì agli esponenti delle Arti Maggiori di affiancare i magnati nelle più alte cariche di governo, imponendo l’obbligo di iscriversi anche solo formalmente ad una delle corporazioni per poter accedere alle magistrature. Nel 1285 vennero create le Arti Medie, consentendo anche ai loro rappresentanti di partecipare alla vita politica cittadina.
    Gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella del 1293, esclusero infine i magnati dal governo fiorentino e benché successivamente attenuati, segnarono la definitiva conquista del potere da parte del ceto borghese sulle famiglie di antico lignaggio aristocratico e cavalleresco.

    Le Arti nel Trecento

    Agli inizi del Trecento Firenze intraprese un’intensa politica di espansione verso il contado, ai danni dei signori feudali che vivevano nei territori circostanti.
    Al suo interno, invece, il clima politico si fece sempre più rovente; infatti, dopo l’entrata in vigore degli Ordinamenti, che avrebbero dovuto consegnare stabilmente il governo nelle mani dell’oligarchia guelfa, i magnati, piuttosto che rassegnarsi alla definitiva esclusione dalle magistrature, si convertirono al guelfismo, portando stavolta il partito guelfo alla spaccatura in un due fazioni rivali, i Bianchi e i Neri.
    Si riproponeva così una situazione del tutto analoga a quella che aveva caratterizzato il secolo precedente; alla fine prevalsero i Neri ed il loro capo, il magnate Corso Donati, restò alla guida della città fino al 1307, dopo aver fatto uccidere ed esiliare decine di avversari, tra cui Dante Alighieri.

    Tutto ciò non deve indurre a pensare che niente fosse cambiato; gli esponenti delle Arti Maggiori infatti si erano molto avvicinati a quelli dell’antica aristocrazia, di cui ora tentavano di imitare lo stile di vita. I grandi banchieri ed i ricchi mercanti mantennero quei privilegi che fino a 50 annni prima erano riservati solo alla nobiltà e per cui avevano così caparbiamente lottato; adesso, la marcia di raggiungimento del medesimo status sociale poteva dirsi conclusa ed in questo gli Ordinamenti rappresentano un punto di non ritorno nella storia della città.

    Le Arti si mantennero saldamente al potere al fianco dei magnati per tutto il Trecento; se si esclude il breve periodo della tirannia del Duca di Atene, Gualtieri di Brienne, cacciato nel 1343, la politica fiorentina pare mostrare una certa linea di continuità.
    Gli affari continuarono a prosperare fin verso gli anni quaranta del Trecento, quando il fallimento dei banchi dei Bardi e dei Peruzzi e la peste nera del 1348 segnarono una notevole battuta di arresto nello sviluppo economico della città che cercò di riprendersi al più presto affidandosi come sempre al suo motore economico.

    Il tumulto dei Ciompi

    Tra la fine del Duecento e la prima metà del Trecento si verificò un fenomeno molto significativo che portò alla modifica dei processi di lavorazione all’interno delle Arti; fin dalla loro comparsa infatti, uno dei cardini sul quale si reggeva il sistema corporativo era il rapporto tra maestro ed allievo, attraverso il periodo di formazione che ogni matricola doveva svolgere in base ad un contratto stipulato secondo le norme di ciascuna corporazione.
    Il periodo di apprendistato divenne sempre più lungo e si cominciò a retribuire indistintamente tutti i lavoranti della bottega; questa fu la spia di un cambiamento importante perché gli apprendisti dovevano in teoria prestare il loro servizio gratuitamente in cambio dell’insegnamento ricevuto dal maestro, per poter essere in grado di aprire un’attività in proprio una volta terminato il praticantato.

    Il lavoro a salario divenne molto diffuso ed impedì a coloro che avevano ormai raggiunto il grado di maestri di aprire la propria bottega. Molti maestri, a loro volta, furono costretti delle grandi compagnie commerciali a lavorare in esclusiva per loro imponendo anche il prezzo per la lavorazione delle materie prime; ciò avvenne soprattutto nel settore della trasformazione della lana e della seta ed infatti nel 1378, il cosiddetto tumulto dei Ciompi interessò proprio i salariati sottoposti a vario titolo nell’Arte della Lana.

    Il declino e la soppressione

    Il peso politico delle arti risultava già ridimensionato nel ‘400 durante la signoria medicea e dopo la scoperta dell’America, le nuove rotte commerciali misero in crisi il sistema corporativo che si avviò verso un lento declino.

    L’assedio di Carlo V nel 1530, prosciugò letteralmente le casse delle Arti che per finanziare il costo della guerra, nel disperato tentativo di difendere la libertà della Repubblica, misero in vendita quasi tutti i beni di loro proprietà.
    Neppure questo però, bastò ad impedire l’inizio del Principato Mediceo ed il duca Alessandro I dei Medici, nel 1534 decise di riformarne gli statuti, riducendole a semplici associazioni di mestiere, senza più alcuna rilevanza sul piano politico.

    Le 14 Arti Minori vennero raggruppate in 4 Università:

    • l’Università di Por San Piero, riunì gli appartenenti alle Arti dei Beccai, Fornai e Oliandoli.

    Era governata da 6 consoli ed ebbe per protettore San Pietro; l’insegna adottata fu un leone rosso rampante su fondo oro con un giglio bianco nella branca destra elevata e la sede venne stabilita inizialmente nel palazzo dell’Arte dei Beccai; nel 1583, un nuovo decreto granducale accorpò questa università con quella dei Fabbricanti, che assunse la denominazione di Università dei Fabbricanti e Por San Piero e la residenza venne spostata sotto gli Uffizi, mantenendo la propria insegna.

    • l’Università dei Fabbricanti, riunì gli appartenenti alle Arti dei Fabbri, Chivaioli, Maestri di Pietra e Legname, Corazzai e Spadai e Legnaioli.

    Era governata da 6 consoli, uno per arte ed il sesto a turno, cominciando dai Fabbri ed ebbe per protettrice la SS. Annunziata; l’insegna adottata fu un giglio bianco su fondo oro e la sede inizialmente presecelta fu quella dei Maestri di Pietra e Legname nel Chiasso dei Baroncelli.
    A seguito dell’accorpamento con l’università di Por San Piero nel 1583, la sede venne trasferita sotto gli Uffizi.

    • l’Università dei Maestri di Cuoiame, riunì gli appartenenti alle Arti dei Calzolai, Galigai e Correggiai.

    Era governata da 6 consoli ed ebbe per protrettrice la SS. Trinità; l’insegna adottata fu lo stemma bianco e nero già usato dai Cuoiai; nel 1561 venne annessa anche l’Arte Maggiore dei Vaiai e Pellicciai, per cui l’università assunse la denominazione di Università dei Vaiai e Cuoiai; la prima sede venne stabilta in Via Lambertesca e nel 1562 fu spostata in Via delle Terme.

    • l’Università dei Linaioli, riunì gli appartenenti alle Arti dei Linaioli, Rigattieri, Vinattieri e Albergatori.

    Era governata da 6 consoli ed ebbe per protettore San Marco; l’insegna adottata fu lo stemma bianco e rosso già dei Linaioli e la sede venne spostata più volte, finché nel 1703 venne stabilita sotto gli Uffizi, insieme a quella dei Fabbricanti e di Por San Piero.

    Nel 1770 il granduca di Toscana Pietro Leopoldo, soppresse tutte le Arti ad eccezione di quella dei Giudici e Notai spostandone le funzioni alla Camera di Commercio, Arti e Manifatture; l’Arte dei Giudici e Notai continuò ad esistere fino al 1777, quando un nuovo bando granducale ne passò le prerogative al Magistrato del Conservatorio delle Leggi.